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Manifestazione nazionale antirazzista a Roma il 4 ottobre |
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Scritto da irma
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Venerdì 03 Ottobre 2008 15:01 |
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Il Comitato cittadino antifascista aderisce alla manifestzaione nazionale antirazzista che si terrà domani a Roma, ore 14.00 piazza della Repubblica. Di seguito il manifesto:
È il momento di reagire alle logiche e ai molteplici atti di razzismo istituzionale e diffuso – che arrivano ad attaccare e mettere in discussione la vita stessa – per vivere meglio ed essere tutti più liberi.Le misure proposte dal governo Berlusconi, che ipotizzano il reato di “clandestinità aggravano e alimentano il razzismo.Il riconoscimento della nostra comune umanità motiva una forte mobilitazione diretta e unitaria per affermare solidarietà e accoglienza per tutti. • Contro tutti i razzismi • Basta stragi nei mari ! Libera circolazione per tutti ! • Per la libertà e la sicurezza di tutti: solidarietà e accoglienza • Ritiro immediato del “pacchetto sicurezza” del governo e chiusura dei C.P.T. • Contro la direttiva della UE sul rimpatrio • Contro le logiche repressive, criminali, discriminatorie e di sfruttamento da qualunque parte provengano |
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Ragazzo ghanese picchiato dai vigili a Parma |
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Scritto da bruna
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Mercoledì 01 Ottobre 2008 13:07 |
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Pagina 1 di 2 PARMA - Il volto tumefatto dello studente ghanese e la sua denuncia ("sono stato insultato e picchiato dai vigili") incendiano il dibattito politico nella città della sicurezza. Un ritorno di fiamma che investe le istituzioni di Parma a poche settimane dalla foto di una prostituta accasciata a terra sul pavimento di una cella della polizia municipale. La procura ha aperto un'inchiesta affidata al sostituto procuratore Roberta Licci. Chiede ai carabinieri che hanno raccolto la denuncia del giovane di non diffondere informazioni. Hanno disposto una visita medica per il ragazzo. Nel frattempo, anche il Comune cerca di far luce sull'episodio. L'assessore alla sicurezza Costantino Monteverdi ha convocato una riunione con i dirigenti della polizia municipale. Del caso si sta interessando anche l'Ufficio antidiscriminazioni del ministero delle Pari opportunità. La Cgil parla di "episodio sconcertante e di una gravità inaudita". Il caso diventa nazionale con interrogazioni e prese di posizione dell'intera opposizione, dalla Sereni a Ferrero.
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Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 01 Ottobre 2008 13:12 )
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Sotto attacco i ricongiungimenti familiari e il diritto d’asilo |
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Scritto da irma
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Lunedì 29 Settembre 2008 10:29 |
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Pagina 1 di 2 Pubblichiamo di seguito un'analisi relativa alle nuove disposizioni su diritto d'asilo e ricongiungimenti familiari trato dal sito www.meltingpot.org. E’ stato approvato dal Consiglio dei Ministri il testo dei decreti legislativi già in esame presso la Commissione Europea. Le norme prevedono modifiche dei decreti di recepimento delle direttive europee in senso restrittivo. In questione, per quanto riguarda il diritto d’asilo, c’è la restrizione della libertà di circolazione con la previsione della possibilità, per i prefetti, di limitare ad un’area geografica gli spostamenti dei richiedenti asilo fino alla decisione della commissione esaminatrice. Un nodo non indifferente riguarda la possibilità di essere trattenuti nei Cie nel caso di domande presentate da chi è in posizione irregolare di soggiorno, come pure la non sospensione del provvedimento di espulsione durante i ricorsi.
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Scritte razziste a Roma a firma neofascista |
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Scritto da bruna
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Giovedì 25 Settembre 2008 10:58 |
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Due diverse scritte, una riferita agli immigrati uccisi a Castelvolturno e Milano l'altra al presidente del Senato Renato Schifani, sono comparse ieri sera su cartelli affissi in entrambi i lati del sottopassaggio della Tangenziale Est, all'altezza di Portonaccio, a Roma. Su segnalazione di alcuni automobilisti sono intervenuti i carabinieri della compagnia Piazza Dante. Le due scritte, come spiegano i carabinieri, recitavano: "Minime in Italia, Milano: -1 Castelvolturno: - 6!" e l'altra "Schifani, l'ebreo sarai te!". Entrambe le scritte, tracciate col pennarello nero, erano a firma "Militia". I carabinieri hanno provveduto a rimuovere i cartelli e stanno indagando sull'accaduto. Per vedere le foto vai sul link |
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INAUGURAZIONE CENTRO DI DOCUMENTAZIONE POPOLARE A ORVIETO |
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Scritto da irma
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Mercoledì 24 Settembre 2008 14:11 |
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Un generale clima di allarme sociale dilaga per l’Italia, indistintamente da Nord a Sud. Numerosi negli ultimi mesi sono gli episodi a sfondo razzista, anche gravi, non ultimo l’uccisione di Abba, il ragazzo originario del Burkina Faso massacrato a Milano per aver rubato un pacco di biscotti in un bar. L’ultimo di una lunga serie, che vede presi di mira migranti e rom indicati come la principale minaccia per la sicurezza dei cittadini. I dati recentemente forniti dal Ministro Maroni durante l’ultimo Consiglio dei Ministri, nell’ambito del quale si è nuovamente discusso del pacchetto sicurezza, non fanno altro che incrementare il senso generale di insicurezza e paura diffondendo un’immagine artefatta e poco rispondente alla realtà. I clandestini vengono individuati come nemici da tenere sotto controllo costruendo 10 nuovi Cpt, vengono fissate regole ancora più rigide per i richiedenti asilo, e un’ulteriore stretta viene data anche ai ricongiungimenti familiari. A questo si aggiunge poi la pratica della “schedatura etnica” per i rom, di fronte alla quale voci di biasimo si sono levate anche dall’Europa. Si preferisce la strada della criminalizzazione a discapito della promozione di politiche di integrazione sociale e all’apertura di forme di dialogo e confronto con i soggetti interessati. Di fronte a questo la società civile non può rimanere in silenzio. Di fronte a proclami razzisti, volti a calpestare diritti umani fondamentali, di fronte ad affermazioni tese a riabilitare “un fascismo buono”, l’unica arma da opporre è data dalla conoscenza: conoscenza storica di un passato recente e analisi di fenomeni attuali. Per questo, il Comitato Cittadino Antifascista di Orvieto È lieto di invitarvi all’inaugurazione del Centro di documentazione popolare in via Magalotti 20 ( parallela via della Cava) Domenica 28 settembre a partire dalle ore 18.00Luogo dedicato alla raccolta e alla libera circolazione di materiale documentario in diversi formati (cartaceo, audio e video) afferente alla storia locale ( e nazionale), all’attualità, a tematiche sociali di largo interesse e su cui grava, il più delle volte, una cattiva informazione. Il Centro di documentazione, oltre ad essere accessibile a tutti è aperto ad ogni tipo di contributo. Ma l’intento è soprattutto far si che, a circolare liberamente, siano le persone… senza distinzione alcuna di razza, sesso, religione, nazionalità e cultura, con il loro bagaglio di idee e di esperienze, da offrire e condividere con gli altri. Perché la conoscenza è la sola arma in grado di abbattere ogni barriera! PS: A proposito degli argomenti citati sopra si leggano i seguenti articoli Richiedenti asilo celano irregolari? Naga: ''Falso. Accettato l'80% delle domande'' Dieci cpt, nuovi di zecca |
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Ultimo aggiornamento ( Venerdì 26 Settembre 2008 14:52 )
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Foligno, immigrati in rivolta per la casa |
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Scritto da irma
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Mercoledì 24 Settembre 2008 14:06 |
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Pagina 1 di 2 Esplode l’emergenza casa fra gli cinquemila immigrati che vivono a Foligno. Gli sfratti sono in aumento del 30% fra gli stranieri che invocano il diritto alla casa e minacciano una marcia di protesta in città per far valere i propri diritti Sono arrabbiati e delusi e minacciano di marciare su Foligno se il Comune non ascolterà la loro voce. Sono pronti a scendere in piazza i 5mila immigrati che vivono a in città, per difendere il loro diritto alla casa. Un diritto sempre più spesso negato a Foligno, dove le case popolari sono un bene senza più scarso e gli affitti sono altissimi.
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Borghezio, Fiore e Romagnoli in missione a Roma per conto dell'Europa |
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Scritto da bruna
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Giovedì 18 Settembre 2008 12:15 |
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Pagina 1 di 2 di Bruna Iacopino Sembra davvero una beffa. Il ni dell’Europa sulla questione “schedatura etnica ai rom” per la quale non c’è stata una piena approvazione, ma neanche una vera e propria condanna, vede in questi giorni il concretizzasi di un altro paradosso. A partire da oggi, infatti, sarà in visita a Roma una Commissione europarlamentare con il compito di verificare le condizioni di vita dei rom in Italia. Secondo il calendario dei lavori, la Commissione, delegata dal Comitato per le libertà civili (LIBE), domani dovrebbe visitare i campi nomadi di Camping River, Via Tenuta Piccirilli, 207, Campo Salone, Via di Salone 323, Casilino 900, Via Casilina.
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Scritto da bruna
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Martedì 16 Settembre 2008 10:38 |
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Pagina 1 di 2 Pubblichiamo di seguito l'accporato appello lanciato dall'organizzazione Sucardrom in merito alla grave vicenda che vede tre cittadini italiani di origine Rom sotto processo per resistenza a pubblico ufficiale e tentato furto di arma d'ordinanza. Su di loro le forze dell'ordine hanno usato metodi violenti, e lesivi della dignità della persona umana. In queste ore è in corso il processo contro tre di loro: Angelo e Sonia Campos, Denis Rossetto. I fatti di Bussolengo (VR) ci hanno sconvolto. I racconti dei componenti delle famiglie Campos e Rossetto, poi diventati denunce, hanno traumatizzato tutta sucardrom e non solo. Questi racconti precisi e puntuali che potete leggere in questo spazio web hanno dell’incredibile ma non certo dell’inverosimile. Troppi i dettagli, le frasi, il dolore che traspare in ogni racconto/denuncia di un pomeriggio di orrore in terra veronese. Oggi sappiamo che il Comando provinciale dei Carabinieri, dopo la nostra lettera esposto, ha promosso un indagine interna. La stessa Questura di Verona, che ha raccolto le denunce, ha inviato un dossier al Ministero dell’Interno. Rimane silente, al contrario la Magistratura. Un silenzio colpevole e imbarazzante che vede tre persone in carcere da dieci giorni. Tre persone colpevoli di aver cercato di far rispettare i propri diritti di Cittadini italiani e che sono stati per questo travolti da una furia cieca e razzista.
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Da Milano a Treviso attecchisce il seme dell'odio |
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Scritto da bruna
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Martedì 16 Settembre 2008 10:30 |
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Pagina 1 di 2 di Toni Fontana Dunque non è un delitto razzista. Abdul Guiebre era cittadino italiano, e dunque l’avrebbero massacrato a sprangate anche se avesse avuto la pelle bianca. Quei ragazzi di Verona che hanno ucciso un loro coetaneo non erano del resto “fascisti”. Così dicono i giudici, così i due fermati per il delitto di Milano. Il caso è chiuso? Tutto chiarito, tutto provato? La magistraura non deve perdere tempo per cercare i mandanti? Nelle stesse ore del delitto avvenuto domenica nei pressi della stazione centrale di Milano, a Venezia, Umberto Bossi e i leghisti celebravano la “Padania Libera” e tra gli oratori si è distinto il prosindaco di Treviso Giancarlo Gentilini che, dal palco “verde” ha pronunciato una vera e propria dichiarazione di guerra: “macchè moschee, gli immigrati vadano a pregare e a pisciare nel deserto”. Chi non conosce la filosofia ed i principi dello “sceriffo” della Marca può farsi un’idea cliccando il suo nome sul motore di ricerca Google. Tra le tante voci dell’ “enciclopedia Gentilini” ce ne sono tre che ben rissumono suo programma: 1) Gli immigrati? “Si vestano da leprotti così i cacciatori possono fare pin pin con il fucile”. 2) L’Islam? “un cancro che va estirpato prima che vada in metastasi”. 3) Il fascismo? “allora c’era una maschia gioventù che ubbidiva e rispettava le leggi”. Uno dei consiglieri leghisti di Treviso, Giorgio Bettio, balzò agli onori delle cronache per aver detto che contro gli immigrati “occorre usare metodi da SS”.
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Scontro Napolitano-La Russa su Resistenza e Repubblica di Salò |
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Scritto da bruna
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Lunedì 08 Settembre 2008 16:07 |
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Pagina 1 di 2 Il ministro: "I militari combatterono credendo nella difesa della Patria" Il presidente: "Chi rifiutò l'adesione alla Rsi simbolo della volontà di riscatto del Paese" ROMA - Scontro sul ruolo e sul significato della Repubblica di Salò tra il presidente della Repubblica Napolitano e il ministro della Difesa Ignazio La Russa nel corso della commemorazione del 65° anniversario della Difesa di Roma. Intervenendo prima di Napolitano, La Russa ha elogiato il ruolo dei militari della Repubblica di Salò sostenendo che, "dal loro punto di vista, combatterono credendo nella difesa della Patria". Netta la replica del Capo dello Stato: la Resistenza, ha sottolineato, "andrebbe forse ricordata nella sua interezza". "Per questo ho parlato di un duplice segno della Resistenza: quello della ribellione, della volontà di riscatto, della speranza di libertà e di giustizia che condussero tanti giovani a combattere nelle formazioni partigiane e quello del senso del dovere, della fedeltà e della dignità che animarono la partecipazione dei militari, compresa quella dei seicentomila deportati nei campi tedeschi, rifiutando l'adesione alla Repubblica di Salò". Il discorso di Napolitano. "Vorrei incoraggiare tutti a rafforzare il comune impegno di memoria, di riflessione, di trasmissione alle nuove generazioni del prezioso retaggio della battaglia di Porta San Paolo, della difesa di Roma e della Resistenza", ha detto Napolitano. "Tutte le componenti ideali, sociali, politiche, della società italiana, - ha aggiunto - si possono trovare nel sentire come propria la Costituzione, nel rispettarla, nel trarne ispirazione". Il presidente ha esortato tutte le forze politiche ad "animare un clima di condiviso patriottismo costituzionale". Napolitano ha ricordato: "L'8 settembre 1943 sancì il crollo - nella sconfitta e nella resa, nonostante il sacrificio e l'eroismo dei nostri combattenti - di quel disegno di guerra, in alleanza con la Germania nazista, che aveva rappresentato lo sbocco fatale e l'epilogo del f
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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 08 Settembre 2008 16:11 )
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«Avevano coltelli e urlavano zecche di merda vi uccidiamo» |
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Scritto da irma
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Lunedì 01 Settembre 2008 14:13 |
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Pagina 1 di 2 Accoltellato a Roma un ragazzo che tornava dalla festa in ricordo di Renato Biagetti Davide Varì (da Liberazione) «Ma non ti rendi conto che cosa stai facendo?». Sono le ultime parole che F., 28 anni, ha rivolto al suo aggressore prima di crollare a terra ferito da una coltellata, uno squarcio di quindici centimetri alla gamba destra. No, evidentemente l'aggressore non si rendeva conto di quel che faceva. O forse se ne rendeva conto fin troppo bene visto che prima di fuggire - inghiottito dalla notte e dal buio dal quale era spuntato d'improvviso - ha rifilato anche un calcione a F. che era lì a terra, ferito e inerme. Quando si dice il coraggio. E poi, prima di fuggire, gli insulti: «Zecche di merda vi accoltelliamo tutte». Insomma, venerdì notte, a Roma, c'è stata l'ennesima aggressione fascista. Un'aggressione studiata, pianificata e organizzata fin nei minimi dettagli. A cominciare dal giorno scelto per eseguirla: il giorno dell'anniversario della morte di Renato Biagetti, il ragazzo ucciso il 27 agosto di due anni fa a Focene per mano di due giovani. «Saranno state le tre di notte ed eravamo di ritorno da una festa a Pirateria, una festa per ricordare Renato Biagetti», racconta uno degli aggrediti. «Eravamo in quattro e camminavamo a coppie di due a qualche decina di metri di distanza l'una dall'altra. D'improvviso abbiamo sentito le urla. Ci siamo immediatamente resi conto che eravamo vittime di una aggressione. Non ci hanno dato il tempo di far nulla. Avevano catene e coltelli».
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La risposta calabrese ai Cpt |
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Scritto da bruna
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Venerdì 29 Agosto 2008 12:57 |
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Pagina 1 di 2 Rocco Gatto, Peppino Impastato, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, Giuseppe Valarioti, Pio La Torre, Placido Rizzotto e Carlo Alberto Dalla Chiesa, a loro sono intitolate le strade della cittadina di Riace, piccolo comune del reggino. Così ha deciso il sindaco Domenico Lucano, che ha mantenuto fede al suo impegno civile inserendo nello Statuto del suo Comune l’automatica costituzione di parte civile nei processi di mafia (primo comune della Locride ad orientarsi in tal senso). Dunque mentre in altre parti d’Italia ci si da’ da fare per un’attiva e meticolosa cancellazione della memoria, soprattutto quando si tratta di mafia, in altri luoghi si sceglie una strada diversa. Qualcuno lo definisce un sognatore, ma più che di sogni, Domenico Lucano, detto “Mimmo”, si nutre di azioni concrete. In carica dal 2004, presentatosi alle elezioni con una lista civica, ha vinto grazie anche all’impegno profuso per ridare nuova vita alla cittadina calabrese, che come tante altre, subisce il fenomeno di un lento e inesorabile abbandono. Terra difficile la Calabria, terra da cui, a volte, è più semplice fuggire, anziché rimanere per costruire. Terrà amara, ricca di bellezze, povera di uomini e donne disposti ad investire il proprio tempo e le proprie energie.
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I giudici ciechi di Bolzaneto |
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Scritto da bruna
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Mercoledì 16 Luglio 2008 14:44 |
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di GIUSEPPE D'AVANZO Non era la "punizione" degli imputati il cuore del processo per le violenze di Bolzaneto. Quel processo doveva dimostrare (e ha dimostrato in modo inequivocabile, a nostro avviso) che può nascere senza alcuna avvisaglia, anche in un territorio governato dalla democrazia, un luogo al di fuori delle regole del diritto penale e del diritto carcerario, un "campo" dove esseri umani - provvisoriamente custoditi, indipendentemente dalle loro condotte penali - possono essere spogliati della loro dignità; privati, per alcune ore o per alcuni giorni, dei loro diritti e delle loro prerogative. Nelle celle di Bolzaneto, tutti sono stati picchiati. Questo ha documentato il dibattimento. Manganellate ai fianchi. Schiaffi alla testa. Tutti sono stati insultati: alle donne è stato gridato "entro stasera vi scoperemo tutte". Agli uomini, "sei un gay o un comunista?". Altri sono stati costretti a latrare come cani o ragliare come asini. C'è chi è stato picchiato con stracci bagnati. Chi sui genitali con un salame: G. ne ha ricavato un "trauma testicolare". C'è chi è stato accecato dallo spruzzo del gas urticante-asfissiante. Chi ha patito lo spappolamento della milza. A. D. arriva nello stanzone della caserma con una frattura al piede. Lo picchiano con manganello. Gli fratturano le costole. Sviene. Quando ritorna in sé e si lamenta, lo minacciano "di rompergli anche l'altro piede". C'è chi ha ricordato in udienza un ragazzo poliomielitico che implora gli aguzzini di "non picchiarlo sulla gamba buona". I. M. T. ha raccontato che gli è stato messo in testa un berrettino con una falce e un pene al posto del martello. Ogni volta che provava a toglierselo, lo picchiavano. B. B. era in piedi. Lo denudano. Gli ordinano di fare dieci flessioni e intanto, mentre lo picchiano ancora, un carabiniere gli grida: "Ti piace il manganello, vuoi provarne uno?". Percuotono S. D. "con strizzate ai testicoli e colpi ai piedi". A. F. viene schiacciata contro un muro. Le gridano: "Troia, devi fare pompini a tutti". S. P. viene condotto in un'altra stanza, deserta. Lo costringono a denudarsi. Lo mettono in posizione fetale e, da questa posizione, lo obbligano a fare una trentina di salti mentre due agenti della polizia penitenziaria lo schiaffeggiano. J. H. viene picchiato e insultato con sgambetti e sputi nel corridoio. Alla perquisizione, è costretto a spogliarsi nudo e "a sollevare il pene mostrandolo agli agenti seduti alla scrivania". Queste sono le storie ascoltate, e non contraddette, nelle 180 udienze del processo. È legittimo che il tribunale abbia voluto attribuire a ciascuno di questi abusi una personale, e non collettiva, responsabilità penale. Meno comprensibile che non abbia voluto riconoscere - tranne che in un caso - l'inumanità degli abusi e delle violenze. Era questo il cuore del processo. Alla sentenza di Genova si chiedeva soltanto di dire questo: anche da noi è possibile che l'ordinamento giuridico si dissolva e crei un vuoto in cui ai custodi non appare più un delitto commettere - contro i custoditi - atti crudeli, disumani, vessatori. È possibile perché è accaduto, a Genova, nella caserma Nino Bixio del reparto mobile della polizia di Stato tra venerdì 20 e domenica 22 luglio 2001, a 55 "fermati" e 252 arrestati. È questo "stato delle cose" che il blando esito del giudizio non riconosce. È questa tragica probabilità che il tribunale rifiuta di vedere, ammettere, indicarci. Nessuno si attendeva pene "esemplari", come si dice. Il reato di tortura in Italia non c'è, non esiste. Il parlamento non ha trovato mai il tempo - in venti anni - di adeguare il nostro codice al diritto internazionale dei diritti umani, alla Convenzione dell'Onu contro la tortura, ratificata dal nostro Paese nel 1988. Agli imputati erano contestati soltanto reati minori: l'abuso di ufficio, l'abuso di autorità contro arrestati o detenuti, la violenza privata. Pene dai sei mesi ai tre anni che ricadono nell'indulto (nessuna detenzione, quindi). Si sapeva che, in capo a sei mesi (gennaio 2009), ogni colpa sarebbe stata cancellata dalla prescrizione. Il processo doveva soltanto evitare che le violenze di Bolzaneto scivolassero via senza lasciare alcun segno visibile nel discorso pubblico. Il vuoto legislativo che non prevede il reato di tortura poteva infatti consentire a tutti - governo, parlamento, burocrazie della sicurezza, senso comune - di archiviare il caso come un imponderabile "episodio" (lo ripetono colpevolmente oggi gli uomini della maggioranza). Un giudizio coerente con i fatti poteva al contrario ricordare che la tortura non è cosa "degli altri". Il processo doveva evitare che quel "buco" permettesse di trascurare che la tortura ci può appartenere. Che - per tre giorni - ci è già appartenuta. I pubblici ministeri sono stati consapevoli dell'autentica posta del processo fin dal primo momento. "Bolzaneto è un "segnale di attenzione"", hanno detto. È "un accadimento che insegna come momenti di buio si possono verificare anche negli ordinamenti democratici, con la compromissione dei diritti fondamentali dell'uomo per una perdurante e sistematica violenza fisica e verbale da parte di chi esercita il potere". I magistrati hanno chiesto, con una sentenza di condanna, soprattutto l'ascolto di chi ha il dovere di custodire gli equilibri della nostra democrazia, l'attenzione di chi ostinatamente rifiuta di ammettere che, creato un vuoto di regole e una condicio inhumana, "tutto è possibile". Bolzaneto, hanno sostenuto, insegna che "bisogna utilizzare tutti gli strumenti che l'ordinamento democratico consente perché fatti di così grave portata non si verifichino e comunque non abbiano più a ripetersi". È questa responsabile invocazione che una cattiva sentenza ha bocciato. Il pubblico ministero, con misura e rispetto, diceva alla politica, al parlamento, alle più alte cariche dello Stato, alla cittadinanza consapevole: attenzione, gli strumenti offerti alla giustizia per punire questi comportamenti non sono adeguati. Non esiste una norma che custodisca espressamente come titolo autonomo di reato "gli atti di tortura", "i comportamenti crudeli, disumani, degradanti". E comunque, il pericolo non può essere affrontato dalla sola macchina giudiziaria: quando si muove, è già troppo tardi. La violenza già c'è stata. I diritti fondamentali sono stati già schiacciati. La democrazia ha già perso la partita. I segnali di un incrudelimento delle pratiche nelle caserme, nelle questure, nelle carceri, nei campi di immigrati - dove i corpi vengono rinchiusi - dovrebbero essere percepiti, decifrati e risolti prima che si apra una ferita che non sarà una sentenza di condanna a rimarginare, anche se quella sentenza fosse effettiva (come non era per gli imputati di Bolzaneto). L'invito del pubblico ministero e una sentenza più coerente avrebbero potuto e dovuto indurre tutti - e soprattutto le istituzioni - a guardarsi da ogni minima tentazione d'indulgenza; da ogni volontà di creare luoghi d'eccezione che lasciano cadere l'ordinamento giuridico normale; da ogni relativizzazione dell'orrore documentato dal processo. Al contrario, la decisione del tribunale ridà fiato finanche a Roberto Castelli, ministro di giustizia dell'epoca: in visita nel cuore della notte alla caserma, bevve la storiella che i detenuti erano nella "posizione del cigno" contro un muro (gambe divaricate, braccia alzate) per evitare che gli uomini molestassero le donne. "Bolzaneto" è una sentenza pessima, quali saranno le motivazioni che la sostengono. È soprattutto una sentenza imprudente e, forse, pericolosa. Nel 2001 scoprimmo, con stupore e sorpresa, come in nome della "sicurezza", dell'"ordine pubblico", del "pericolo concreto e imminente", della "sicurezza dello Stato" si potesse configurare un'inattesa zona d'indistinzione tra violenza e diritto, con gli indiscriminati pestaggi dei manifestanti nelle vie di Genova, il massacro alla scuola Diaz, le torture della Bixio. Oggi, 2008, quelle formule hanno inaugurato un "diritto di polizia" che prevede - anche per i bambini - lo screening etnico, la nascita di "campi di identificazione" che spogliano di ogni statuto politico i suoi abitanti. Quel che si è intuito potesse incubare a Bolzaneto, è diventato oggi la politica per la sicurezza nazionale. La decisione di Genova ci dice che la giustizia si dichiara impotente a fare i conti con quel paradigma del moderno che è il "campo". Avverte che in questi luoghi "fuori della legge", dove le regole sono sospese come l'umanità, ci si potrà affidare soltanto alla civiltà e al senso civico delle polizie e non al diritto. Non è una buona cosa. Non è una bella pagina per la giustizia italiana. da repubblica (16 luglio 2008) |
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Scritto da Administrator
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Venerdì 11 Luglio 2008 16:07 |
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Ultimo aggiornamento ( Venerdì 11 Luglio 2008 16:10 )
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Bambini schedati e ordinaria violenza |
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Scritto da bruna
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Giovedì 26 Giugno 2008 14:18 |
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Un paese che ha perso la memoria. Così Amos Luzzatto, ex-presidente dell’UCEI, conclude la sua intervista pubblicata sul quotidiano Repubblica questa mattina. La questione è inerente la proposta avanzata nella giornata di ieri da parte del Ministro Maroni di prendere le impronte digitali anche ai bambini Rom. Il Ministro ha tenuto a precisare che "non si tratta di una schedatura etnica, bensì di una ulteriore garanzia per la tutela dei loro diritti e per garantire a chi ha il diritto di stare in Italia migliori condizioni di vita", ricorrendo alla revoca della patria potestà qualora il minore venga costretto all’accattonaggio. Luzzatto non teme di parlare esplicitamente di razzismo, lui no, ma l’opposizione neanche ci pensa. Dopo l’onta anche la beffa: il pacchetto sicurezza già conteneva norme fortemente lesive nei confronti della salvaguardia dei diritti del bambino. La possibilità che questi vengano rispediti indietro anche in assenza dei genitori è una disposizione umanamente e democraticamente inconcepibile, come inconcepibile è l’idea di poter schedare un bambino in rapporto alla sua appartenenza etnica, cosa che lo costringerebbe a prendere atto, sin da piccolo di una sua presunta diversità rispetto ai coetanei italiani (nonostante molti di loro siano nati in Italia e frequentino le scuole italiane). A ribaltare la situazione e a riportare il dibattito sul piano della costituzionalità di un simile provvedimento ci pensa stamane Ugo Pastore, procuratore dei minori di Ancona, il quale sottolinea come, prendere le impronte digitali solo ai Rom violi l’art.3 della nostra Costituzione, in quanto discriminatorio. Lancia dunque una proposta alternativa: le impronte digitali dovrebbero essere prelevate a tutti i cittadini, non solo ai Rom. Si levano le obiezioni dell’Unicef, del Consiglio europeo per i diritti Rom, dei Garanti per l’infanzia… Non usa mezzi termini il Garante campano, minacciando addirittura lo sciopero della fame, e non si capacita dell’assenza di reazioni ad una proposta simile, lo stesso valga per il Garante del Lazio che bolla il provvedimento come inutile e dannoso per i diritti dell’infanzia, quando invece, ad essere colpiti dovrebbero essere gli adulti responsabili di sfruttamento. Se non bastassero le obiezioni finora enucleate sarebbe il caso di dare una rispolverata alla Carta dei diritti dell’infanzia approvata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989, dove all’articolo 2, si legge testualmente: 1) Gli Stati parti s'impegnano a rispettare i diritti che sono enunciati nella presente Convenzione ed a garantirli ad ogni fanciullo nel proprio ambito giurisdizionale, senza distinzione alcuna per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, del fanciullo o dei suoi genitori o tutori, della loro origine nazionale, etnica o sociale, della loro ricchezza, della loro invalidità, della loro nascita o di qualunque altra condizione. 2) Gli Stati parti devono adottare ogni misura appropriata per assicurare che il fanciullo sia protetto contro ogni forma di discriminazione o di sanzione motivata dallo status, le attività, le opinioni espresse o il credo dei suoi genitori, dei suoi tutori o di membri della sua famiglia. Non si capisce dunque, in che modo, una norma del genere potrebbe tutelare il bambino da forme di violenza o sfruttamento. Non sarebbe forse più efficace incrementare e incoraggiare i progetti volti a creare forme di integrazione e coinvolgimento nei confronti dei rom adulti e bambini che siano in sintonia con quanto stabilito dalla Risoluzione del Parlamento europeo del 31 gennaio 2008 su una strategia europea per i rom che… “ ritiene che l'Unione europea e gli Stati membri condividano la responsabilità di promuovere l'inserimento dei rom e di appoggiare i loro diritti fondamentali in quanto cittadini europei, e che debbano intensificare prontamente i loro sforzi per conseguire risultati visibili in tale settore; invita gli Stati membri e le istituzioni dell'Unione europea ad avallare le misure necessarie per creare un clima sociale e politico adeguato, che consenta di porre in atto l'inserimento dei rom” Alla luce di queste considerazioni, la proposta avanzata dal Ministro leghista sembra andare in direzione diametralmente opposta, acuendo invece la spaccatura tra “noi” e “loro” e avallando quel clima di xenofobia e intolleranza che ha mostrato il suo vero volto negli ultimi tempi: perché se una bambina può essere insultata e aggredita in strada alla luce del giorno da due adulti, solo perché rom, nella generale indifferenza, e il padre viene massacrato qualche giorno dopo per aver denunciato il fatto alla stampa, allora alla deriva ci siamo già arrivati e fermarla diventa difficile… |
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Ultimo aggiornamento ( Giovedì 26 Giugno 2008 14:21 )
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Un paese alla deriva: Il cuore nero dell`Italia svelato da Nazirock ha ricominciato a battere; Dibattito e proiezione del documentario a Orvieto il 14 Giugno |
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Scritto da Emanuele Gentili
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Lunedì 09 Giugno 2008 20:11 |
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Fascismo e antifascismo, categorie che fino a qualche anno fa sembravano superate, obsolete, e inerenti solo una certa aria di sinistra incapace di guardare avanti svincolandosi così da vecchi schemi del passato, tornano oggi a galla cariche di nuova forza. C’è un atteggiamento fascista che attraversa lo stivale da nord a sud, dalla schedatura dei nomadi (italiani per la maggio parte) all’interno dei campi rom, ai roghi di Ponticelli, alla caccia all’immigrato irregolare perseguibile penalmente solo perché clandestino, ai pestaggi a danno dei cosiddetti “diversi”, fino all’omicidio. C’è un clima di intolleranza che si nutre di paura, di informazione falsata, di allarmismo, il tutto con l’avallo di una classe politica al potere che attraverso provvedimenti ad hoc ha dato ampio spazio all’esplosione della violenza privata. Tornare a parlare di fascismo e antifascismo ha ancora senso. Perché laddove vengono palesemente violati i principi più elementari di libertà e democrazia, quelli sanciti dalla nostra costituzione, è inevitabile tornare indietro storicamente e trovare quel filo conduttore che non si è mai spezzato. Discriminare una persona in base al colore della pelle, alla religione, all’appartenenza etnica, all’orientamento sessuale, significa andare contro tutte le conquiste fatte a caro prezzo nel corso dei secoli, confluite non solo all’interno della nostra Carta Costituzionale ma anche in una “Dichiarazione universale dei diritti umani”. |
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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 09 Giugno 2008 20:22 )
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